AVEVO SAPUTO QUEL GIORNO CHE LA SCRITTURA ERA CAMPO APERTO, VIA D'USCITA.
(ERRI DE LUCA - IL PIU' E IL MENO)

25 luglio 2013

Una sera con Violetta e Alfredo


Qualche anno fa, Bono Vox, leader degli U2, scrisse una canzone che dedicò al padre, Bob Hewson, appena scomparso.
Contenuta nell'album "How to Dismantle an Atomic Bomb" e intitolata Sometimes you can't make it on your own.



Nel brano, ricorda la figura del padre tenace e fortissimo, il suo amore per lui e di come fossero simili.Chiedeva inoltre al padre di accettare il fatto che a volte non è possibile riuscire a farcela da soli;  e che non è necessario essere forti a tutti i costi. L'artista lo ringrazia per quello che è diventato per la forza e per la debolezza, per avergli donato il sogno della musica da realizzare e anche l'amore per l'Opera Lirica, grande passione del padre.

Io devo il piacere di ascoltare l'opera alla madre di mio marito, che l'amava immensamente. Lei spaziava con facilità dall'ascolto della musica moderna a quella classica.
Diceva che la Musica che ci strema e ci lascia attoniti non ha confini. E amarla è stato di grazia.
Questa sua passione l'aveva trasmessa ai  figli e a qualcuna delle sue nuore che hanno avuto la grande fortuna di poterla conoscere.
Donna di carattere e di vita vera.
Nonostante io abbia studiato musica al Conservatorio, e fatto anche canto,non avevo questo grande trasporto.Studiavo più per dovere che per piacere, ligia ma del tutto indifferente.Dopo qualche anno abbandonai violino e pianoforte, senza alcun rimpianto. Certo l'educazione e il gusto musicale mi sono rimasti dentro. Quello che ho imparato sarebbe impossibile da dimenticare. L'armonia e la melodia, innanzitutto.
E poi le vibrazioni.
Quel tintinnio che ti percuote fino alle membra, quando la musica riesce a farti volare.
Una sera d'estate alla fine di agosto, insieme a lei, scoprii l'arte e il potere della musica lirica.
Andammo a vedere ed ascoltare "Il Barbiere di Siviglia" di Gioachino Rossini. Nel teatro della sua città. Fu uno spettacolo divertente e trascinante. Ne rimasi ammaliata.E incantata.
Già.
Puoi restare del tutto indifferente durante uno spettacolo e persino annoiarti. Capita. Amare la Lirica ha qualcosa di magico. E se ti piace, è per sempre.
Se ogni volta,tratterrai il respiro durante un'aria famosa, mentre il protagonista o la protagonista, davanti a te, ti lasciano spaziare attraverso la loro voce e nel loro mondo, sei fatto.
Fatto d'amore.
Se piangerai ogni volta che Violetta lascerà Alfredo.
Se ti arrabbierai ogni volta che Turandot manderà a morte i principi spasimanti.
Se il coltello di Madama Butterfly colpirà a morte anche te.
Se anche tu avrai gli stessi istinti omicidi di Tosca.
Se pregherai anche tu il Duca di Mantova di stare lontano da Gilda, figlia prediletta di Rigoletto, il buffone.
Se Manrico e Leonora ti faranno soffrire come novelli Romeo e Giuletta.
Se faresti pazzie per riscaldare la manina di Mimì, lì in quella buia e fredda mansarda parigina.

Se ogni stamaledetta volta, ti salirà il magone alla gola e farai fatica a trattenere le lacrime, mentre nulla attorno a te può muoversi perchè anche un alito di vento potrebbe disturbare l'incanto.
Sei senza speranza.
E come una novella Vivien (per il paragone con Pretty Woman parlo per me), lascerai che tutta quella pioggia di note e di bravura, lasci un solco indelebile nella tua anima.


Yes, The Opera is in me.


Grazie, mamma Titti.






17 luglio 2013

Penny Guggenheim: dal Titanic a Venezia





C'era una volta una fanciulla appartenente a una ricchissima famiglia di ebrei di origini svizzere trapiantati in America. Marguerite detta Maggiem Gugghenheim.
Per riallacciarmi a un mio post di qualche tempo fa, era una "principessa".
La sua infanzia fu segnata dalla morte del padre che perì 15 aprile del 1912 naufragando nell'Oceano Atlantico. Si trovava a bordo del Titanic.
La ragazzina crebbe all'ombra della fortuna delle famiglie a cui apparteneva: i Guggnheim magnati dell'acciaio e i Seligman, ricchissimi banchieri.
Visse la sua giovinezza a NYC con la  madre fin troppo presente e asfissiante,, adorando un padre che in realtà si occupò molto poco di lei e della sorella.
Quando lui morì a bordo del Titanic era in compagnia di una delle sue tante amanti.
Meggie crebbe con la poca consapevolezza del suo status sociale e della sua ricchezza.
Anche perchè di soldi ne vide pochi, poichè lo zio Salomon ( quello della Fondazione di NYC) fece in modo di investire l'eredità del padre in titoli.
Ben presto, il carattere selvaggio di Maggie si fece sentire e appena le fu possibile, si liberò dal giogo della madre e cominciò a girare il mondo.
Ma soprattutto l'Europa, suo pallino.
Non era una gran bellezza, eppure, nel giro di pochissimo tempo, in pochi anni ebbe il potere di far cadere ai suoi piedi, la maggior parte degli artisti che avvicinò.
Si sposò giovanissima ed ebbe due figli, ma il matrimonio con Lawrence Vail, seppure uomo molto affiscinante e intelligente, non durò che pochi anni. Con il primo marito girò per tutta Europa quasi senza meta e si innamorò di Venezia.La percorrevano a piedi quasi instancabili.
Diceva della città: Tutto a Venezia è non solo meraviglioso, ma sorprendente; è molto piccola, ma così complicata per vie della forma ad esse del Canal Grande, che si è sempre sul punto di perdersi trai i vicoli. Alla fine si sbuca sul Canal Grande, ma mai dove si vorrebbe".
Sarebbe divenuta il suo posto del cuore, pareccchi anni dopo.
Non mi trova d'accordo sulla città, io non riesco a sopportarne l'odore e la calca, ma mi rendo conto che alla luce della luna, le calli nascoste hanno tutta la poesia che ci si aspetta.

La coppia era troppo diversa, la maggior parte del tempo insieme lo passarono ubriacandosi e litigando.
Li accomunava solo la passione per l'arte e per il bere.  Ci fece due figli e un giorno  conobbe John Holmes.

Lui fu suo secondo compagno, il suo pigmalione. Più grande di lei, un inglese dalla stazza non indifferente, anche lui gran bevitore. Uno scrittore che non raggiunse mai una grande fama che non riuscì mai a finire il suo romanzo, ma fece in modo che il diamante grezzo Penny,  come diceva lei stessa, all'inzio quasi incapace di distinguere tra i diversi stili di arte,diventasse  la splendida mecenate, colta, intelligente e preveggente, che sarebbe divenuta. Lo conobbe nel periodo in cui ancora portava le ferite per la morte dell'adorata sorella Benita.
Non si sposarono mai, ma fu  l'amore più grande della sua vita.
Lui era un uomo estremamente colto e affascinante e la plasmò e sensibilizzò alla bellezza e all'arte.
Lo amò intensamente, diceva di lui che oltre ad amarle le donne, le comprendeva. Durante i cinque anni di vita insieme, la cultura di Holmes l'avvolse nelle sue braccia e le fece finalmente comprendere il mondo nuovo che la circondava e ciò che voleva diventare.
Alla sua morte, prematura e dovuta alle conseguenze di una brutta caduta, cominciò la girandola degli amori/artisti che si avvicendarono nel suo letto e nella sua vita di mecenate.


Aprì una galleria a Londra che chiamò Gugghenheim Jeune  e ben presto,la inaugurò con una mostra dedicata a Brancusi. Contemporaneamente grazie al suo amico Marcel Duchamp conobbe Cocteau. Duchamp le insegnò la differenza tra surrealismo e astrattismo facendole conoscere tutti i suoi amici. Lei lo ringrazierà sempre per averla introdotta nel mondo dell'arte moderna.


Marchel Duchamp - Giovane triste in treno -  Peggy Guggenheim Museum


Successivamente conobbe Jean Arp, il grande scultore surrealista.
Si divideva tra Londra e Parigi e in una delle sue visite in Francia incontrò Samuel Beckett, a casa di James Joyce.
Beckett fu suo amante per un breve periodo. Una passione bruciante ma lui si dimostrò un uomo visionario (beh, del resto lo si nota anche nei suoi scritti)  e soprattutto infedele. Rimasero amici  a lungo.
Poi, divenne amica di Kandinsky e la moglie. Curò la sua mostra a Londra, quando di lui si diceva fosse solo un pittore di quart'ordine. Si pentì sempre di avere comprato solo un quadro di quel periodo lasciando ad altri alcuni tra i più belli. Ne acquistò altri e molti a NYC, ma le rimase il rimpianto dei primi.


Vassilij Kandisky - Paesaggio con macchie rosse n.2 - Peggy Guggenheim Museum


E fu la volta della mostra dedicata a Yves Tanguy.Una retrospettiva dei primi quadri,  e durante l'esposizione splendida, acquistò Toilette de l'Air e Le Soleil dans son écrin.


Yves Tanguy - Toilette de l'Air - Peggy Guggenheim Museum


Due capolavori.Naturalmente anche dell'artista francese, divenne l'amante. Del resto non riusciva a non essere coinvolta sentimentalmente dalle persone che l'affascinavano con la loro arte.
Yves, come altri artisti che anche grazie a lei e alla sua cocciutaggine, diventarono delle personalità enormi, le dedicò diversi bozzetti e ritratti. Per non parlare dei bellissimi orecchini da lui disegnati. Ne perse uno ma portò sempre il superstite abbinato ad un altro disegnato da Calder.
Tra gli altri  conobbe e  divenne amica acquistandone  molte  opere,  Mondrian, Dalì, Picasso, Mirò, Bacon, Man Ray. Intanto nasceva l'idea di creare un museo dove esporre in maniera permanente tutte le opere acquistate negli anni.Ma eravamo a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. Scoppiò mentre era in Francia ospite dei Kandinsky.Dovette rinunciare all'idea. Intanto la sua collezione aumentava con Brancusi,Dalì, Helion e fu colta da una passione smodata per Giacometti.Comprò la prima opera dell'artista ad essere fusa nel bronzo, Woman with a Cut Throat.
E conobbe Max Ernst. Il grandissimo pittore e scultore tedesco, l'affascinò immediatamente.Nonostante fosse non più giovanissimo e di gran lunga più grande di lei.
I tedeschi però avanzavano e per lei, ebrea, restare in Francia non era sicuro. Riuscì a nascondere il suo patrimonio di quadri nei sotterranei del castello di una sua amica, Maria Jolas, e raggiunse il suo ex marito Laurence in Bretagna. Le arrivò la notizia che la famiglia di Max Ernst aveva bisogno di aiuto e di ospitalità, erano nascosti con altri amici ebrei, sulle montagne presso Marsiglia.
Poi il grande artista fu catturato e portato in un campo di concetramento. Lei continuò a sostenere anche economicamente la famiglia. Si rivedero a Marsiglia quando fu liberato, e iniziarono una relazione.


Max Ernst - Il Bacio - Peggy Guggenheim Museum



Con lui tornò in America. Vissero insieme per molti anni, si sposarono e la fama di Ernst cresceva a dismisura. Nel frattempo lei riuscì ad aprire una nuova galleria, Art of This Century.La galleria stessa fu un capolavoro. Elsa Schiaparelli decise di aiutarla nella realizzazione della prima mostra surrealista, con pitture bianche che senza cornici scendevano direttamente dal soffitto, montati su mazze da baseball che si inclinavano come si voleva.Le pareti erano in caucciù e ricurve. Insomma una mostra innovativa in un luogo che ti lasciava senza fiato.
Il rapporto con Ernst, fu molto burrascoso, lei era innamoratissima, lui in realtà preso dalla sua arte e dalla passione per le donne. Ci furono litigi furiosi e tradimenti, da ambo le parti. La relazione finì e lei conobbe Kenneth Macpherson, il grande fotografo e romanziere. Anche questa volta la vita sentimentale si intrecciò con quella artistica. Comprarono casa e andarono a vivere insieme. E lei chiese a Pollock di dipingere un murale alto due metri e largo sette, per decorare la sala d'ingresso. No dico, stiamo parlando di uno dei più grandi pittori moderni che per compiacere la sua amica Peggy dovette abbattere una parte del muro di casa sua, per potere terminare la sua opera e donargliela. Immensa Peggy.
La mostra successiva nella sua galleria fu quella dedicata a De Chirico. 16 opere ottenute in prestito da privati o da musei.
Poi fu la volta di Pollock. Erano tutti artisti che in quel periodo erano poco conosciuti. Dopo di lei e anche grazie a lei e alla sua cocciutaggine, nel volerli esporre a tutti i costi, sebbene non incontrassero il favore del pubblico, che fu possibile farli amare anche all'estero.


Jackson Pollock - La Donna Luna - Peggy Guggenheim Museum


Questa la grande forza di Peggy. La sua energia, il suo dominare con convinzione e cavalcare il nuovo gusto avanguardistico, che si stava imponendo nel mondo.
Una donna così potente e venerata dai suoi artisti, che riuscì a far fare ad un artista come Calder la testiera del suo letto, pezzo in argento che rimase con lei fino alla sua morte. Immaginate di dormire con il capo appoggiato ad un capolavoro per il resto della vostra vita.



Alexander Calder - Testiera del letto di Peggy Guggenheim




Nel 1948 decise che era tempo di tornare in Europa e di creare a Venezia un museo tutto suo.
Per prima cosa, espose tutta la sua collezione alla Biennale di Venezia e poi, acquistò Palazzo Venier dei Leoni, edificio lasciato in abbandono lungo il Canal Grande, facendone la sua dimora e il suo museo permanente.
Il padiglione  alla Biennale a lei dedicato fu un successo strepitoso ed ebbe una eco immensa. A partire dall'introduzione alla mostra scritta dal Professore Argan (sì proprio lui, il Giulio Carlo, passione o incubo dei nostri studi d'arte al liceo). Ne scrisse un pezzo confusionario e disordinato, riconoscendo di non capirne molto di arte moderna. Queste son soddisfazioni...
Successivamente, la collezione fu esposta a Torino e a Firenze, e arrivò a Milano, al Palazzo Reale.
Intanto si lavorava al restauro di  Palazzo Venier, che terminò nel 1949.
Organizzò nel giardino bellissimo, con piante e alberi secolari, la sua prima mostra.
Opere di Brancusi, Arp,Calder, Giacometti, Moore, Lipchitz, Marino Marini, Klee.Nel giro di qualche anno, la galleria divenne sempre più grande fino ad occupare tutto il piano terra. Iniziò ad esporre opere di Parmeggiani e Bacci, i pittori italiani che amò di più.

Alberto Giacometti - Donna che Cammina - Peggy Guggenheim Museum




Venezia divenne il suo mondo e la sua vita.
Dal 1950 fino alla sua morte avvenuta nel 1979, continuò a scoprire nuovi talenti e a non lesinare mai nel promuoverli e farli conoscere al mondo intero.
Quando parlava della sua passione per il collezionismo, raccontava la storia di una donna che vagava per una mostra d'arte brontolando continuamente con aria cupa. Quando si avvicinò per chiederle come mai si era presa la briga di vedere quadri che sembravano non piacerle affatto lei rispose che voleva capire l'arte moderna; al che Peggy l'avvertì di quanto fosse pericoloso ciò, perchè si correva il rischio di intossicarsi.
Ecco, per me che non sono mai stata amante dell'arte moderna in generale e che amo poco il surrealismo e l'astrattismo, la risposta di Peggy è la risposta a tutte le mie domande sull'arte.
Possiamo amare ciò che ci emoziona e odiare ciò che ci lascia un senso di nausea.L'Arte mai ci lascia indifferenti. Altrimenti non potremmo riconoscerla universale. E' ben al di là delle nostre sensazioni. Superiore qual è, solo in pochi possono essere capaci di riconoscerla per primi. Coloro sono i mecenati. I grandi artisti di tutti i tempi sono arrivati a noi grazie a loro.
Alla loro caparbietà, al loro fiuto, alla loro sensibilità. Anche ai loro soldi, chiaro.
Capaci di riconoscerla sempre, nella sua totalità, nella sua grandezza. Tanto da venirne intossicati al punto di volere bere tutto, fino all'ultima goccia di veleno.
E noi, ringraziamo.

Peggy è stata una donna eccelsa del nostro tempo.
E con questo post vorrei inaugurare il ciclo: Donne Magnifiche.

Grazie per la vostra pazienza. Sono stata lunga, ma spero di avervi interessato.
Accetto suggerimenti per i prossimi post. Segnalatemi alcune donne meravigliose che hanno fatto del loro mondo il nostro e ne parleremo insieme.





07 luglio 2013

Ellis Island e il Sogno Americano









Ellis Island (foto MS)

Ho letto che, dopo un lungo restauro e un uragano, finalmente la Statua Della Libertà (Miss Ellie) è di nuovo aperta al pubblico.
Il simbolo dell'America è tornato ad essere visitabile, il 4 Luglio, giorno dell'Indipendenza Americana.



Miss Ellie (foto MS)


I danni di Sandy sono stati notevoli, come sappiamo.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è venire a sapere che invece, Ellis Island, resta chiusa, perchè il ripristino richiede molto tempo e denaro. Anche gli americani hanno problemi di fondi.
Ma perchè mi interessa così tanto?

Ellis Island è il Museo Nazionale dell'Immigrazione. Il luogo degli Stati Uniti che, gli emigranti in arrivo dalla fine dell'Ottocento fino ai primi anni del Novecento, calpestarono per primi. Subito dopo avere goduto della grandiosa visione di Miss Ellie, che accoglie con la sua forza chiunque arrivi a destinazione, che sia per mare, cielo o terra.  



Le navi per L'America (foto MS)

Postazione di quarantena, si rimaneva in attesa lì, prima di essere ammessi negli Stati dell'Unione e divisi a secondo delle loro disponibilità già  prestabilite;  molti, meno fortunati, tornavano indietro.Rispediti al mittente.
Ah, L'America.
Che delusione poi, dover tornare indietro.
L'ho visitata due anni fa. E' stata un'esperienza incredibile. Molto emozionante.
Siamo partiti dalle camere, poco più che celle, in cui si dormiva su brande di legno attaccate le une alle altre.


Le camere (foto MS)

Abbiamo visto i bauli, piccola parte del loro mondo di origine da cui si erano staccati con dolore. Ho provato a pensare a me al loro posto. Costretta a partire non avendo speranza di futuro nella mia terra, e non sapendo bene cosa avrei trovato e come sarei stata accolta. E con il terrore di fallire nuovamente e di ritrovarmi sola, in un posto in cui non avrei avuto nessuno a soccorrermi ed aiutarmi se ne avessi avuto bisogno. Quanta disperazione nei cuori di quelle persone. Quanta paura. Pronti a tutto per trovare una strada migliore del niente a cui erano abituati. Poi arrivare in una terra che d'impatto ti sembra ostile e pronta a rimandarti indietro con un bel calcio nel sedere.



I bauli (foto MS)
Siamo poi passati a visitare i luoghi di isolamento,le infermerie dove venivano visitati, misurati, passati ai raggi X; le persone venivano scrutate per accampare, supportati da motivi medici, il diritto di rimandarli indietro.
Senza pietà e con un scrupolo inaudito. I vecchi, gli ammalati, coloro che si riteneva avessero problemi mentali, venivano bollati come indesiderati e scartati.
Quelli che superavano il primo esame, dovevano essere interrogati da un gruppo di esaminatori che li registrava e li schedava.
Superato anche questo step e ottenuto il via libera, si scorrevano con gli occhi i tabelloni dove c'erano i numeri di destinazione finale.

Loro erano gli Alieni.

I numeri di destinazione divisi per città (foto MS)


In ordine si partiva verso la città stabilita e ci si mischiava finalmente con gli altri nella speranza di diventare "ammericani".


il piano terra dove i nuovi arrivati restavano in attesa per lungo tempo (foto MS)

Che poi a noi, da quest'altra parte del mondo ci piace tanto essere o fare gli "ammericani". Carosone ci aveva scritto una bellissima canzone. Maniaci di tutto quanto venga dal Nuovo Mondo, di cui ricordiamo e copiamo ogni cosa. Ma di sicuro abbiamo dimenticato che siamo stati EMIGRANTI.
Non tutti dai, qualcuno di noi se lo ricorda ancora. Forse perchè ha avuto nonni o zii partiti con le navi un giorno, e mai più tornati.
Io avevo una zia, Zia Maria. Sorella del nonno, partì con il marito a fare fortuna e ci rimase "All'America".
Ricordo le foto, le prime a colori, lei era molto anziana, tutti i figli e i nipoti attorno. Le telefonate, in dialetto stretto, l'unico italiano che lei ricordava. Un meltin pot con la nuova lingua, in quel miscuglio che era diventata la sua lingua vera.
L'ho cercata in quelle liste ad Ellis, dove ci sono tutti i nomi di chi approdava.
Ma erano troppe.

La prossima volta zia, ti cercherò più approfonditamente.
Perchè la riapriranno Ellis. Per forza.
Gli "Ammericani" ci tengono alla memoria, molto più di noi.



PS: poco dopo avere pubblicato il post ho saputo che domani Papa Bergoglio andrà a Lampedusa. E a Lampedusa era andato il mio pensiero mentre lo scrivevo.Un grande passo e un grande Papa.