AVEVO SAPUTO QUEL GIORNO CHE LA SCRITTURA ERA CAMPO APERTO, VIA D'USCITA.
(ERRI DE LUCA - IL PIU' E IL MENO)

29 dicembre 2014

Ma davvero hanno un senso i bilanci di fine anno?



Tra post di Natale, dopo Natale ecc...ecc... ecc... eccoci arrivati ai post dedicati ai bilanci di fine anno.
Io non lo faccio, tranquilli.
Il 2014 lo vorrei accantonare presto, prestissimo.
La delusione più grande l'ho avuta da alcune persone che consideravo amiche.
Dimenticate in un battibaleno. Gente che merita zero.

Non sono granchè fiduciosa per il 2015. 

Come sempre, non faccio pronostici nè programmi.
A dire il vero non volevo proprio scrivere un beneamato.
Poi ho ascoltato una vecchia canzone.
E mi sono detta che ha sempre ragione lui.
Per cui.
Auguri. Buon 2015.

E facciamo in modo di amare, ognuno come gli va.


Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po' 
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. 
Da quando sei partito c'è una grossa novità, 
l'anno vecchio è finito ormai 
ma qualcosa ancora qui non va. 

Si esce poco la sera compreso quando è festa 
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra, 
e si sta senza parlare per intere settimane, 
e a quelli che hanno niente da dire 
del tempo ne rimane. 

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno 
porterà una trasformazione 
e tutti quanti stiamo già aspettando 
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, 
ogni Cristo scenderà dalla croce 
anche gli uccelli faranno ritorno. 

Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, 
anche i muti potranno parlare 
mentre i sordi già lo fanno. 

E si farà l'amore ognuno come gli va, 
anche i preti potranno sposarsi 
ma soltanto a una certa età, 
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, 
saranno forse i troppo furbi 
e i cretini di ogni età. 

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico 
e come sono contento 
di essere qui in questo momento, 
vedi, vedi, vedi, vedi, 
vedi caro amico cosa si deve inventare 
per poterci ridere sopra, 
per continuare a sperare. 

E se quest'anno poi passasse in un istante, 
vedi amico mio 
come diventa importante 
che in questo istante ci sia anch'io. 

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà 
io mi sto preparando è questa la novità

(Lucio Dalla - L'Anno che Verrà)




21 dicembre 2014

Do They Know It's Christmas Time ...


Se con attenzione  RIFLETTO sulla musica che gira attorno al mio Natale, sono parecchie le canzoni che mi fanno precipitare dentro ai ricordi, più velocemente di una macchina del tempo.
Ricordo mia nonna, che accompagnata dalla chitarra di mio zio, intonava le più belle melodie della tradizione napoletana.
Avveniva durante le feste e noi la seguivamo facendole da coro non bene equilibrato.
Nonna Carmela aveva una voce unica. Bella e squillante. Armonia e intonazione perfetta.
Potevamo chiedere qualunque brano, lei li conosceva e li cantava alla perfezione.
Poi, allo scoccare della mezzanotte, si cominciava la processione per l'arrivo di Gesù Bambino.
Si accendevano ad una ad una tutte le luci di casa e noi bimbi cantavano a squarciagola incuranti delle stonature, seguiti dai grandi.

Nonna arrivava al presepe, opera sua e di mamma Mimma, e posava il Bambino nella mangiatoia.
Per noi tutti, quello era l'istante in cui arrivava il Natale.

Guardavamo quel piccoletto biondo (?) e ci chiedevamo come fosse mai possibile che, ci potesse essere un bimbo talmente povero da dover essere riscaldato dal fiato di due animali da stalla.

In quel luogo lontano e misterioso che si chiamava Africa. Così distante che in famiglia si ricreava il posto per ricordarlo bene.

Anni dopo, mi resi conto come la domanda alla quale mi si rispondeva dicendo "sei una bimba molto fortunata" se la dovevano essere fatta un po' tutti i ragazzini di allora. Il non plus ultra della banalità, suvvia. (A dire il vero, lo sono ancora adesso una donnina banale).
Nonostante me, alcuni di quei bambini poi, si sdoganarono dalla banalità. Diventando artisti di portata internazionale. Facendo musica e pure molto bene.
Nel 1984 una coppia di musicisti, Bob Geldof e Midge Ure, decisero di utilizzare quel veicolo portentoso che si chiama "musica", per arrivare a scuotere un po' di coscienze a favore dei bambini etiopi che perdevano la vita per malattie da noi ormai debellate, a causa di scarsità di cibo e grazie all'inesistente interesse dei media.
Scrissero un singolo e decisero di pubblicarlo. Il ricavato sarebbe andato in beneficenza proprio a favore di quei bambini.
Misero insieme un gran bel gruppo di musicisti famosi e crearono Band Aid.

Quella canzone da allora è il simbolo del mio Natale.

Più di ogni altra.

Era la risposta che aspettavo. Credevo che, la sensibilità di un progetto come quello così importante, avrebbe in futuro permesso a tutti di  dare una spinta definitiva al paese,  che presto si sarebbe potuto alzare da solo e correre, come la famosa gazzella del racconto ma senza essere braccato dal leone. Riuscendo con le sue forze a divenire un  continente libero e risoluto e  a diventare padrone di se stesso navigando finalmente in acque calme e tranquille.
Mi illudevo, una ragazza giovanissima che pensava di  cambiare il mondo assieme alla sua generazione. Oggi quel che resta sono disfattisti disillusi ed egoisti; la prima causa dei disastri che vediamo attorno.
Laggiù, i padroni sono sempre gli stessi. Le armi e le guerre, il potere. Le lotte fratricide, la violenza e la morte. Noi nascondiamo la testa sotto la sabbia e pensiamo al nostro angolo caldo e riparato. Per quanto ancora poi.


Sono passati trent'anni e Bob Geldof è tornato assieme a Midge Ure con una nuova versione della sua bella canzone.
Del vecchio gruppo ho notato la presenza solo del "vecchio leone " da me amatissimo, Bono Vox.
Sempre Africa, stavolta per combattere l'Ebola.
il bambino è sempre più solo lì, in quella mangiatoia.
E al posto della stella, gli avvoltoi volano sempre più in basso.

Forse non è il post di Natale che vi aspettavate.
Dovevo parlarvi del mio bellissimo albero (che non ho fatto) del cibo, dell'amore che è il simbolo di questo periodo.
Dei doni.

Ci saranno i sorrisi certo, gli abbracci e gli auguri.
Tutte le cose che noi aspettiamo. Ci saranno i bambini che alla mezzanotte, ancora una volta, chiederanno agli adulti perché ci sono bimbi così poveri da venire al mondo sulla paglia, dentro una stalla. Quando va bene.
E non solo bambini. Ma vicini di casa, amici, parenti. Dietro l'angolo, oltre la porta. Accanto.

Rispondiamo bene.


BUON NATALE.











     TESTO

It's Christmas time; there's no need to be afraid
At Christmas time, we let in light and we banish shade
And in our world of plenty we can spread a smile of joy
Throw your arms around the world at Christmas time

But say a prayer to pray for the other ones
At Christmas time
It's hard, but when you're having fun
There's a world outside your window
And it's a world of dread and fear
Where the only water flowing is the bitter sting of tears

And the Christmas bells that ring there
Are the clanging chimes of doom
Well tonight thank God it's them instead of you
And there won't be snow in Africa this Christmas time

The greatest gift they'll get this year is life
Oh, where nothing ever grows, no rain or rivers flow
Do they know it's Christmas time at all?

Here's to you, raise a glass for ev'ryone
Here's to them, underneath that burning sun
Do they know it's Christmas time at all?

Feed the world
Feed the world

Feed the world
Let them know it's Christmas time
Feed the world
Let them know it's Christmas time
Songwriters: MIDGE URE / BOB GELDOF




TRADUZIONE

E 'tempo di Natale, non c'è bisogno di avere paura
Durante il periodo natalizio, abbiamo lasciato in luce e noi bandire ombra

E nel nostro mondo di abbondanza, siamo in grado di diffondere un sorriso di gioia!
Getta le tue braccia intorno al mondo al tempo di Natale

Ma dire una preghiera - pregare per gli altri
Nel periodo di Natale

E' difficile, ma quando ci si diverte
C'è un mondo fuori dalla tua finestra

Ed è un mondo di paura temuto
Dove l'unica acqua che scorre è una puntura amara delle lacrime
E le campane di Natale che l'anello ci sono il fragore rintocchi di sventura

Beh stasera Grazie a Dio è loro, invece di voi

E non ci sarà neve in Africa questo tempo di Natale
Il dono più grande che riceveranno quest'anno è la vita
Dove nulla cresce mai
Niente pioggia o fiumi

Sanno che è tempo di Natale a tutti?

Ecco a voi
Alza il tuo bicchiere per tutti
Ecco a loro
Sotto quel sole ardente
Sanno che è tempo di Natale a tutti?

Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale e
Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale e
Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale e
Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale e
Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale e
Nutrire il mondo
Fate loro sapere che è tempo di Natale
Spero che ti piace questa canzone, anche se non è Natale!

14 dicembre 2014

Sono sempre i sogni a dare forma al mondo.




Io non lo so
quanto tempo abbiamo
quanto ne rimane
io non lo so
che cosa ci può stare
io non lo so
chi c’è dall’altra parte
non lo so per certo
so che ogni nuvola è diversa
so che nessuna è come te
Io non lo so
se è così sottile
il filo che ci tiene
Io non lo so
che cosa manca ancora
Io non lo so
se sono dentro o fuori
se mi metto in pari
so che ogni lacrima è diversa
so che nessuna è come te
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
Sono sempre i sogni a fare la realtà
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
e sogna chi ti dice che non è così
e sogna chi non crede che sia tutto qui
Io non lo so
se è già tutto scritto
come è stato scritto
Io non lo so
che cosa viene dopo
Io non lo so
se ti tieni stretto
ogni tuo diritto
so che ogni attimo è diverso
so che nessuno è come te

Come spesso accade quando ascolto le sue canzoni,  mi viene da pensare che è vero.
Maledettamente vero quello che scrive. Simile in larga parte a ciò che penso.
SOPRATTUTTO IL FATTO CHE TESTARDAMENTE IO, NON SMETTO DI SOGNARE.




08 dicembre 2014

Torno ah se torno....



Ragazzi, ho notato come vi sia mancata ahahahah!

Dalle vostre mail, dai vostri commenti accorati. Da whatsapp che suonava come impazzito.
Dalle ricerche senza sosta che effettuavate pure su twitter.
Mi è arrivato persino un cartello con la scritta WANTED:DEAD OR ALIVE.

Eravate in ambasce, lo so.
Del resto risulto assente da quasi quindici giorni.
Si è sentito eh?
Cosa ho fatto?
Volevo raccontarvelo. 
C'era già un bel post pronto.
Ma poi mi sono detta: caspita, se sono mancata così tanto da creare un vuoto tanto grande quanto una buca causata da un meteorite impazzito, potrò farli  piombare nella  disperazione raccontando anche il perché?
No dai, lasciamo perdere.

Torno eccome se torno.
Prima o poi.




25 novembre 2014

Scarpette Rosse.



Le scarpette rosse per me, sono da sempre, simbolo della femminilità.
Ma pure della magia che circonda l'aura di ogni donna.
Facendo un piccolo elenco potrei partire da quelle sbirluccicose e bellissime di Dorothy del MAGO DI OZ.




Dorothy's shoes





Ed arrivare a  quelle della  fiaba di ANDERSEN che nella sua tragicità, turbò la mia infanzia per molto tempo, pur appassionandomi.




Le scarpette rosse di Karen


Da qualche anno però, sono diventate il simbolo tragico della violenza che subiscono le donne.
Nessun limite, nessuna vergogna. Per molti (per fortuna non tutti) la violenza domestica resta ancora un fatto che si può sottovalutare. Oppure negare come se non esistesse. Un accadimento privato che riguarda quelle mura e basta.
Volti tumefatti, ossa rotte e omicidi (la cui frequenza mi induce ad un sempre maggiore smarrimento) scivolano sulla coscienza di troppa gente.

Oggi, 25 NOVEMBRE 2014, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Il giorno scelto dall'ONU per promuovere la riflessione su quanto fatto e su quanto c'è ancora da fare. 
Qui, in questo mio piccolo angolo di mondo, dove si scherza, si sorride e si cerca di affrontare la vita sperando che la riflessione ci faccia affrontare le traversie della quotidianità con un sostegno in più, penso sia il caso di non lasciare passare queste ore nel silenzio.
Ma di provare a soffermarci un attimo.
Su queste scarpe.

Ci ho ripensato e allora per qualche giorno vi lascio in loro compagnia.

Tappeto di scarpe rosse a Biella

23 novembre 2014

9 NOVEMBRE 1989: la caduta del Muro di Berlino e gli U2.




9 novembre 1989 - la festa sotto la porta di Brandeburgo



Sono un po' in ritardo con questo post ma novembre non è ancora finito.E allora vado lo stesso.


Basta una canzone.
Basta un album.
Si può ricordare pure così. La fine di un epoca e il nuovo inizio. Dopo venticinque anni.

Gli U2 arrivarono a Berlino per registrare  ACHTUNG BABY in sei mesi; negli "Hansa Studio". Erano planati in un mondo che stava cambiando, con il desiderio di immergersi in una realtà che desse loro nuova linfa e nuova energia.
Ciò che si percepiva in quel periodo in Germania. Gli stessi berlinesi non ne erano ancora consapevoli del tutto e nell'aria c'era un inaspettato silenzio. Vibrazioni, sensazioni da fare proprie assimilandole sotto pelle. Facile.

Eppure, la creazione di questo lavoro fu tormentata. Il gruppo si era reso perfettamente conto di avere alimentato enormemente il proprio mito,  da correre il rischio di soffocare tutta la sua creatività. E di accartocciarsi.  Si creò ansia e disaccordo che confluirono in  un fronte a due: da una parte Bono e The Edge che erano alla ricerca di idee per un album assolutamente innovativo con incursioni nell'elettronica; dall'altra Larry e Adam, i quali  non volevano in alcun modo allontanarsi dal classico stile della band.

Le notizie che arrivavano a noi fan nel frattempo, fecero temere il peggio: il capolinea. Una bastonata a freddo. Le liti quotidiane ad esempio; si registravano  demo  che poi venivano abbandonate. Quasi una novella tela di Penelope;  costruivano di giorno per poi  distruggere di notte. Insoddisfazione e crisi profonda. C'era del buono  e infatti Brian Eno venuto in soccorso dei suoi amici allo sbando, sembrava convinto (forse l'unico) che ne sarebbe nato qualcosa di innovativo e incredibile.



La copertina del mio album preferito - Achtung Baby



Poi, successe qualcosa: nacque The Fly.  Un strano personaggio, con giacca di pelle e gli occhi cerulei coperti da una maschera ottica nera. Enigmatico o forse dovrei dire ambiguo. Un nuovo modo di relazionarsi con tutti.  Da lontano, come pare debba essere una vera rockstar. Pure ironico, con quell'aria e quel ghigno luciferino che diventeranno per molto tempo il suo marchio di fabbrica. Eppure capace di scrivere testi intensi e bellissimi, come non mai. Due fronti opposti e complementari: immagine e sostanza. Prendere le distanze quel giusto che serve per raggiungere il proprio centro del mondo. Per ritrovarsi.
Ed arrivare alla demo di una nuova canzone che sarebbe divenuta Misterious Ways,  con cui ricompattare il gruppo.  Fare lo stesso con la successiva: One.


Bono Vox versione The Fly


Fu lo spartiacque. Per loro innanzitutto.

Fra quello che era stata la musica degli anni '80 e quello in cui si sarebbe trasformata negli anni '90.

La stessa copertina dell'album rifletteva una nuova consapevolezza: un caleidoscopio composto da immagini colorate che ricordavano la luce del Marocco (a loro caro) e immagini in bianco e nero. Tutto quello che gli U2 avevano respirato a Berlino dopo la caduta del Muro. La desolazione e pure la speranza. Il cuore batteva di nuovo. La chitarra di The Egde, sofferente per problemi familiari non era stata mai così importante, così presente.
Per me l'album rappresenta l'amore. Perché è ciò che viene rappresentato in ogni sfumatura e in ognuna delle dodici canzoni che lo compongono. C'è come un filo logico che le accompagna, una dopo l'altra. Ci sono stati critici che hanno interpretato l'intero lavoro come un'unica intensa canzone. Potrebbe essere. 
Per me è stato il loro punto più alto. Il mio album del cuore. L'epopea del mito. Non c'erano più barriere. Tutto fluido, tutto possibile. 
Tutto da potere ancora scrivere e reinventare.
Come era accaduto con la caduta di quel maledetto Muro.
Come dovrebbe essere per tutti i muri del mondo. Per primi quelli che ci portiamo dentro.






Ps: per qualche giorno amici, sarò assente dal blog. E non riuscirò a passare dai vostri. Ma torno presto.
Vi abbraccio tutti lasciandovi in compagnia della mia canzone preferita.

19 novembre 2014

Diciamo sì alla L.I.S.




Il linguaggio dei segni

Io non sono molto brava in queste cose. Ma mi piace, quando l'iniziativa è importante (e questa lo è) parlare di diritti nel mio blog.
Certo, l'angolo è piccolo; ma curato e molto ben frequentato.
Provo a spiegare.
L'11 novembre a Roma, davanti Montecitorio, ci sarà un sit-in promosso dall'Ente Nazionale Sordi.
E da Giuseppe Petrucci, suo presidente,  che da tempo è in sciopero della fame.
Perché sono anni che in Italia si tenta di riconoscere il diritto a tutte le persone affette da questa malattia,  di potere essere supportate da un interprete  negli uffici pubblici, ospedali, tribunali ecc... Senza dover, tutte le volte, essere costretti per richieste ed informazioni a farsi accompagnare da familiari per le spiegazioni e le traduzioni.
Una vergogna.
L'Italia è uno dei pochissimi paesi in Europa (oltre Malta e Lussemburgo!!!) a non avere applicato la legge europea che impone ai paesi comunitari l'adeguamento ad una norma approvata in tutto il mondo.
La legge della LIS.
Beh, direte voi... niente di nuovo sotto il sole della "piovosa" Italia.
Solo uno di tantissimi diritti che vengono calpestati quotidianamente.
Certo, magari potrebbe sembrare non fondamentale. Dall'alto della nostra vita di normodotati.
E di egoisti.
Io mi sono informata su come fare per imparare ad esprimermi in LIS. Ci sono delle scuole e purtroppo per me, sono solo corsi da frequentare durante la giornata. Per ora niente di serale.
Non demordo, prima o poi ci riuscirò ad impararla.

Mi servirebbe, se un giorno volessi parlare in tutta tranquillità con amici che non hanno la sfacciata fortuna (mia) di sentire tutto quello che ci circonda.
Oppure a dare aiuto a qualcuno in evidente difficoltà.

Ho scoperto girovagando in internet che, nella mia città d'origine, fanno dei corsi  di LIS nelle scuole tecniche e poi li pubblicano YOUTUBE per permettere a tutti di esercitarsi.

Ottimo punto di partenza per cominciare, cosa ne pensate?

Se volete saperne di più, cliccando qui vi troverete nella pagina del blog DIARIO DI ADAMO del mio amico Matteo Gamba che da tempo se ne sta occupando. 
Entrate e, lasciando un commento, potrete sottoscrivere l'appello. 
E poi divulgatelo, utilizzando tutti i metodi che il web ci consente. FB, TWITTER, GOOGLE.

GRAZIE A TUTTI.




16 novembre 2014

Amos Oz: Giuda.






Amos Oz mi è stato portato in dono una sera che avevo pianto troppo.
Ero seduta sulla poltroncina della nonna che ho nella mia camera da letto.
Tessuto antico e delicatissimo. Il posto in cui cerco di ritrovare me stessa quando mi perdo.
Quella sera ero smarrita.
Ero lontana da me e da chi mi amava, da troppo tempo.
Piombata in un cono di dolore dal quale non volevo risalire in nessun modo.
E mi crogiolavo quasi, in quella sofferenza.
Non nuotavo più: ero spinta dalla marea.
Qualunque fosse la direzione a me non importava.
Sul tavolino trasparente accanto a me seduta, c'era una pila di libri che avevo comprato mesi prima.
E non era mai successo che avessero preso polvere per così tanto tempo.
Tra gli altri NON DIRE NOTTE di AMOS OZ.
Dell'autore israeliano avevo sempre letto molto bene. 
E spesso mi ero detta che sarebbe giunto prima o poi il tempo per me e per lui,  di incontrarci.
Ci avevo provato qualche anno prima con: STORIA D'AMORE E DI TENEBRA.
Subito abbandonato dopo qualche pagina. All'epopea della sua famiglia e alla storia di sua madre non ero pronta. E non lo sono ancora: ad oggi resta il suo unico libro che non ho mai finito.

Invece quella sera guardai la foto di copertina (un terreno su cui sta nascendo una fragile piantina) e mi decisi.
Non c'è nulla nella vita che arrivi per caso.
Perché proprio allora, perché quel libro.
L'ho finito in una notte. Tanto il sonno non arrivava da giorni.
Ma in quella notte, tra le sue parole, ho ritrovato una parte di quello che avevo perso.
E pure un po' di forza.
Una coppia. Uno dei due si è fermato. L'altro no. Ma c'è l'amore, la tenerezza, l'affetto. Il tempo, le ore, i giorni e gli anni che sono contati. La forza, quella che basta al secondo per rimettere in moto il primo.
Come racconta Oz?
Me lo hanno chiesto in molti.
Racconta le storie attraverso gli occhi e la prospettiva di tutti i protagonisti dei suoi romanzi. Non c'è quasi mai la voce narrante principale.
Poi chi legge sceglie. Da che parte stare, se è il caso. Se lasciarsi trascinare senza giudizi fino alla fine del racconto.
Ogni suo libro è un testo da interpretare come si preferisce. Un grande dono. Da leggere, inventare e riscrivere.
Oz a volte può sembrare scarno e ruvido. A volte così sensibile da stringerti a sè con una carezza.
Sullo sfondo quasi sempre la sua terra. Quella patria che ama profondamente ma che non riesce a conquistarlo. Troppi errori. E lui li riconosce tutti. Senza sottrarsi mai. Molte volte pubblicamente ha condannato le scelte politiche della nazione. E nei suoi scritti lo ribadisce.
Dopo?
Come dicevo sopra, li ho letti tutti.

E sono arrivata a GIUDA.

Il protagonista, Shemuel Asch, è un sognatore. Ma pure un vigliacco che smette l'università  con la scusa debolissima del tradimento della sua fidanzata. Che lo ha mollato perché eterno indeciso e immaturo; decidendo di sposare un altro che le da più sicurezza. Tradisce le aspettative di tutti, famiglia compresa e finisce per rifugiarsi a far da balia ad un vecchio professore invalido, sfuggendo così alle responsabilità.
E' la storia di un amore, di un tradimento, di una guerra interminabile e sbagliata.
Non ci sono risposte. Solo domande.
C'è un ragazzo  ebreo che attraverso la figura di Giuda  prova a trovare la sua strada e a ritrovare se stesso.
C'è un padre che ha perso un figlio e se ne assume tutta la colpa.
C'è una figlia che non ha mai amato il padre e lo considera un traditore.
C'è un traditore che seguendo una certa logica, alla fine ha tradito perché doveva farlo.
C'è una musica di sottofondo che accompagna ogni parola.
C'è Israele.
C'è un grande errore.
C'è un grandissimo scrittore che affronta uno dei più grandi tabù religiosi.
C'è Oz.

Ci sono le sue parole:

"Ti dico anche che, malgrado tutto quello che ho detto prima, beati i sognatori e sventurati coloro che hanno gli occhi aperti. I primi non ci salveranno di certo, né noi né i loro discepoli, ma senza sogni e senza sognatori la maledizione peserebbe mille volte di più. E' per merito dei sognatori se anche noi, i disincantati, siamo un po' meno pietra e disperati di quanto saremmo senza di loro. E anche il tuo Gesù era un grande sognatore, forse il più grande sognatore di tutti i tempi. Ma i suoi discepoli no. Loro erano avidi di potere e hanno fatto la fine di tutti i loro simili del mondo: sono diventati dei macellai."

Ecco Amos.
Grazie da me e da tutti i sognatori.


Scheda del libro:

Autore: AMOS OZ
Titolo del romanzo: GIUDA
Casa editrice: FELTRINELLI


Scheda dell'autore:

Amos Oz nato a Gerusalemme;
insegna letteratura all'università Ben Gurion del Negev;
tra i suoi romanzi tutti pubblicati da Feltrinelli:

Conoscere una Donna (2000)
Lo Stesso Mare (2000)
Michael Mio (2001)
La Scatola Nera (2002)
Una Storia di Amore e di Tenebra (2003)
Fima (2004)
Contro il Fanatismo (2004)
D'un tratto nel Fosco del Bosco (2005)
Non Dire Notte (2007)
La vita fa Rima con la Morte (2008)
Una Pace Perfetta (2009)
Scene di Vita di un Villaggio (2010)
Una Pantera in Cantina (2010)
Il Monte del Cattivo Consiglio (2011)
Tra Amici (2012)

I suoi lavori sono tradotti in 41 lingue.



PS: tornando dall'incontro con Oz, riflettevo su di una sua frase ribadita questa sera: SOLO RINNEGANDO SI PUO' MIGLIORARE; SOLO CHI TRADISCE, CHI ESCE DALLE CONVENZIONI DELLA COMUNITA' CUI APPARTIENE, E' CAPACE DI CAMBIARE SE STESSO E IL MONDO.

Cosa ne pensate?

11 novembre 2014

Del perché non posso fare a meno di Erri De Luca e Amos Oz.



PASSEGGIATA CON AMOS OZ



Lungo le mura esterne di Gerusalemme
dove prima del '67 passava il confine
e le armi da fuoco cercavano corpi da abbattere, 
andiamo e mi accenna le pietre che pesano piombo.
E' un limpido mattino di febbraio,
non si parla di sangue, invece di acqua.
Racconto il pozzo scavato sul mio campo
la felicità del primo getto sparso sul terreno,
acqua divisa tra gli alberi e l'uso di casa,
poca, dosata e resa, non fare che si sciupi.
Lui ricorda quella per lavarsi i denti, 
dopo l'uso raccolta dentro un secchio
serviva per pulire il pavimento
e poi strizzata dallo strofinaccio
si versava sul solco piantato a cipolle.
E così ci fermiamo per fare un sorriso.
Siamo due persone che hanno tenuto da conto le gocce.



(Erri De Luca - Solo Andata)



Appuntamenti per BookCity Milano:

Erri Del Luca - sabato 15 novembre 2014; ore 16,00.
Teatro Elfo Puccini - Corso Buenos Aires  33 - Milano.

Ho cantato tutta la vita.
Incontro con Erri De Luca, Nicky Nicolai, Stefano Di Battista, Lucio Bardi.

Amos Oz - domenica 16 novembre 2014; ore 15,45.
Sinagoga Centrale - Via Della Guastalla - Milano.

The Times they are a changin'.
Incontro con Amos Oz e Fabio Vecchi.



06 novembre 2014

Comfortably Numb.







L'anno fu il 1979.
Pubblicazione del lavoro e trasfusione nelle vene di milioni di persone. Diffuse la malattia in tutto il mondo.
Lo fece in maniera radicale. Portando con sè un'intera rivoluzione musicale.

Certo potrei  dire lo stesso degli altri album dei Pink Floyd. Parlare del famoso Big One, ad esempio. Ovvero di DARK SIDE ON THE MOON. Oppure di WISH YOU WERE HERE.

No, non sto celebrando il gruppo. Ma voglio parlare solo di un album. E troppe volte ho rimandato questo passo. E' ora.


THE WALL.

Nasce da un'idea di Roger Waters. Gli era successo di aggredire uno spettatore chiassoso, in occasione di un concerto. Lo aveva chiamato a sè e gli aveva sputato addosso. Il suo comportamento lo aveva costretto ad una riflessione sulla figura delle rockstar. (CIAO BONO). Dallo stato d'isolamento in cui vivono e di come sia facile per loro perdere il contatto con il pubblico. Da qui una disgressione sulle barriere che spesso creiamo tra noi stessi e gli altri.

E allora decide di scrivere una storia che avesse per protagonista un cantante.

A volte il suo nome è Pink; altre è Mr. Floyd. Una rockstar mondiale. 
E' un uomo disperato, deluso, ferito.
Dal suo passato e da tutto; nonostante il successo.
Non vede via d'uscita. Ed erge a protezione della sua anima inquieta, un muro. Che lo protegga dagli altri. Che lo metta al riparo dalle critiche. Per non dovere essere costretto ad affrontare i propri fallimenti.


Ma la sua anima d'artista ha una fragilità che ha radici nel passato. A causa della morte prematura del padre e della possessività della madre.
A corollario, nell'età adulta, i tradimenti della moglie.


Con il senno di poi, è una trama al limite della telenovela. Si racconta che in realtà Waters stesse parlando di Syd Barrett e della sua discesa dopo l'allontanamento dal gruppo. 
Calcando di parecchio la mano.
Tutte ste' sfighe insomma. E luoghi comuni a iosa.
Come se tutti i problemi di una persona, si possano ricondurre sempre alla stessa origine. Roba che adesso persino Sigmund Freud disconoscerebbe. 
L'infanzia deludente e da emarginato.
Che ti porta ad avere poca scelta: sarai un drogato, omosessuale oppure rockstar. A raschiare il barile, la figura del serial killer.
Un classico da bancarella.

Se si cade nella trappola della trama però, si potrebbe perdere di vista  la potenza del lavoro fatto. Che era destinato a diventare un doppio album (poi un triplo) e nel proseguo uno dei concerti più famosi della storia rock e un film grandioso.


Travolgente. Onirico e lesionista.

Burrascoso,  come la difficile convivenza dei quattro musicisti: Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason. Arrivati ormai al capolinea. Wright partecipò solo ai concerti dal vivo e fu persino stipendiato. La sua unica partecipazione al lavoro. In studio infatti, venne sostituito da turnisti. Per volere di Waters.

Ma io, che avevo quindici anni quando mi fu regalato l'album (qualche anno dopo il 1979), non è che fui in grado di comprendere bene bene tutto. Ero stregata dalla musica e dalla chitarra di Gilmour. PUNTO.
Certo, per capire la differenza tra una Stratocaster e una Gibson ci ho messo molti più anni. E parecchi ma parecchi concerti da vivo. Visione e ascolto di musicisti eccezionali.




Dave Gilmour e la sua Fender Stratocaster


The Edge e la sua Les Paul Gibson

Così come ho fatto per arrivare a comprendere bene l'anima di quest'album. Consumato.
Già sapete, visto che l'ho raccontato molte volte, che lo distrussi in un impeto di rabbia.
Mi fecero un dono che sacrificai con uno scatto inconsulto. Della cosa mi sono largamente pentita.
Avrei dovuto conservare gelosamente e accuratamente il vinile e spaccare la faccia a chi me lo aveva regalato. Anche perché poteva essere la prima versione (visto che non era nuovo di pacca ma usato), quella che era uscita senza i nomi di Wright e di Mason. Quanto varrebbe ora...
Errore di gioventù, uno fra i tanti.
L'ho ricomprato in versione cd, molti anni dopo.
E ora, da pochissimo, nella versione rimasterizzata da triplo album. Con un work in progress straordinario.

Ma in tutto questo tempo, oltre trent'anni, continuo ad amare una canzone speciale. Che riesce a catturarmi e a farmi estraniare dal mondo intero, quando l'ascolto.
Fragile eppure  possente. 
Bellissima. Con un finale mozzafiato, l'assolo di chitarra perfetto. E qui si litiga ancora oggi su quale tipo di chitarra Gilmour avesse usato.
E divenuta il brano più amato e più suonato dal vivo. Ed è stata suonata da altri gruppi molteplici volte. Nel 2004 ne è stata fatta una versione disco dagli Scissor Sisters. 

Perché?
Perché è vera.

Vera come è vero ciò che racconta. Perché piano piano tutti, stiamo correndo quel rischio. Di divenire piacevolmente insensibili.

Hello, 
Is there anybody in there 
Just nod if you can hear me 
Is there anyone at home 
Come on now 
I hear you're feeling down 
I can ease your pain 
And get you on your feet again 
Relax 
I'll need some information first 
Just the basic facts 
Can you show me where it hurts 

There is no pain, you are receding 
A distant ship smoke on the horizon 
You are coming through in waves 
Your lips move but I can't hear what you're saying 
When I was a child I had a fever 
My hands felt just like two balloons 
Now I've got that feeling once again 
I can't explain, you would not understand 
This is not how I am 
I have become comfortably numb 

O.K. 
Just a little pin prick 
There'll be no more aaaaaaaah! 
But you may feel a little sick 
Can you stand up? 
I do belive it's working, good 
That'll keep you going through the show 
Come on it's time to go. 

There is no pain you are receding 
A distant ship smoke on the horizon 
You are only coming through in waves 
Your lips move but I can't hear what you're saying 
When I was a child 
I caught a fleeting glimpse 
Out of the corner of my eye 
I turned to look but it was gone 
I cannot put my finger on it now 
The child is grown 
The dream is gone 
And I have become 
Comfortably numb. 


Non c'è dolore ma ti stai allontanando. Come su di una nave che fuma oltre l'orizzonte, arrivi solo ad ondate. Le tue labbra si muovono ma non riesco a capire  cosa stai dicendo. Da piccolo colsi di sfuggita un bagliore con la coda dell'occhio. Mi girai subito per guardarlo ma era sparito. Non riesco ad afferrarlo. Il bambino è cresciuto il sogno è sparito. Sono diventato piacevolmente insensibile.









Fonti: Andy Mabbet
Pink Floyd - La Musica e il mistero 
Edizioni Picture Disc